Transumanza: quando l’economia era solo green

La transumanza è la migrazione stagionale delle greggi e delle mandrie. Si tratta di una pratica molto antica, che viene messa in atto dai pastori lungo sentieri appositi chiamati tratturi: gli animali vengono spostati dai pascoli di pianura a quelli di montagna ad alta quota in primavera (monticazione), dando vita all’alpeggio, e viceversa nella stagione autunnale (demonticazione). Lungo il tragitto, un viaggio che dura molti giorni, si effettuano anche alcune soste in luoghi prestabiliti, chiamati stazioni di posta.

Oltre ad essere un’attività sostenibile, perché mette al centro il rapporto tra uomo e ambiente – aspetto andato perso negli allevamenti moderni, spesso intensivi, di bestiame – la transumanza è anche un elemento culturale, dal forte contenuto identitario, che nel corso dei secoli ha saputo creare forti legami sociali e culturali tra chi la pratica e i luoghi che vengono attraversati (ad esempio in occasione della demonticazione ancora oggi si tengono feste paesane e celebrazioni). Ne esistono tracce letterarie fin dal I secolo a.C., e persino il poeta Gabriele D’Annunzio ha dedicato alcuni versi – la poesia I pastori – a questa pratica di allevamento.

In Italia la transumanza prese vita inizialmente tra l’Abruzzo e la Puglia: i capi di bestiame venivano portati da una regione all’altra attraverso il Molise (in inverno dall’Abruzzo alla Puglia, in estate dalla Puglia all’Abruzzo), e il culmine dell’attività si verificò tra il XV e il XVII secolo. In seguito all’Unità d’Italia i terreni dedicati ai pascoli vennero riscattati dai contadini, e a causa delle difficoltà economiche molto pastori si trovarono costretti ad emigrare.

Oggi la transumanza è praticata soltanto in alcune zone del nostro Paese (aree alpine e prealpine, ma anche Molise, Abruzzo, Puglia, Lazio, Sardegna), in forma ridotta e tramite l’utilizzo di veicoli adatti al trasporto degli animali: per onorarla nel 2018 è stata candidata come patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO.

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